Ho visto i miei ricordi
posati su un piatto d’argento.
Il color ambra d’un campo di grano
che il vento invita a danzare.
Perché non mi parli?
Lo sguardo nel nulla incantato
lambisce le stelle,
accarezza un desiderio
d’avere impaziente.
Siamo pietra e stagno
o, forse, l’arco e la freccia
nel contorto disegno
che il destino ha tracciato?
Vivo l’istante appena trascorso
nel mio anelare al futuro
e il tuo sapore antico
mi porta frutti gustosi
da cogliere senza assaggiare.
Resto in un limbo di piacere
ad intrecciare parole
in collane di foggia diversa
che adornino il collo ed il petto
di soave madonna
ch’è tale al mio triste vedermi
lontano e miserrimo
pescatore di vane speranze.
E allora ti incontro.
Qui.
A margine del sentire empatico
che vuole un vedere diverso
dal tuo lontano apparire,
effigie retorica idolatrata,
iconoclasta presenza saltuaria
nel mio strampalato divenire.
E allora, sei quella che vorrei.